High on the hog

Una delle cose che mi mettono in crisi sono i programmi di cucina. Non parlo di quelli tipo MasterChef o la Prova del Cuoco, su cui però vorrei riflettere un momento, più in là. Parlo piuttosto di quei meravigliosi documentari, che come i libri di cucina (quelli che ti attraggono sugli scaffali delle librerie, che hanno un'anima, ancor più dei semplici ricettari "aridi") raccontano tutta la vita intorno alle arti culinarie.

Vivere come pascià

Ho guardato questa docuserie su Netflix, dal titolo "High on the hog", qualcosa che suonerebbe un po' come una vita da pascià, ma parlando di cibo. Anzi, siccome non mi vengono sinonimi, ti invito a scrivermi se te ne vengono in mente. Il sottotitolo di questo programma è "How African American Cuisine Transformed America". Si comincia in Africa, con il viaggio di Stephen Satterfield, cuoco, sommelier, giornalista, esperto di enogastronomia, nel Benin. Si esplorano varie tradizioni culinarie degli Stati Uniti, se ne trova il DNA fortemente afroamericano, quasi sempre nascosto.

Insomma la tradizione culinaria come rivalsa, come legame tra un giovane ragazzo di oggi e i suoi antenati nel Benin di tre secoli fa: gesti e ingredienti, assaggiare la minestra senza usare il cucchiaio perché sarebbe disgustoso, portare l'ocra per cucinare le zuppe, rifiutarsi di mangiare miscugli che gli schiavisti riservavano ai prigionieri per affermare la propria libertà interiore, padroni che si prendono il merito di invenzioni di schiavi fatti studiare appositamente. Non sapevo ad esempio che le prime piantagioni nel Sud fossero di riso, perché i padroni non sapevano coltivarlo; ancora più assurdo è che quando è finita la schiavitù, è finito il riso, perché nessuno aveva avuto premura di imparare. A che serve? ci sono gli schiavi.

La cucina, dice Stephen Satterfield, la gestualità dietro la sapienza culinaria è un dialogo con milioni di persone che hanno vissuto prima di te. Con i primi a partire dall'entroterra del golfo di Guinea, traditi dai propri regnanti, che nemmeno ce la fecero ad arrivare al mare e a partire, per arrivare su coste molto simili nell'aspetto a quelle di partenza. L'ironia, no?


E il giardino?

Mi domando, quando mi trovo di fronte a queste narrazioni, a queste esperienze: ma il giardino ce l'ha questa forza?

La forza di avvicinare persone e popoli, di scrollarsi di dosso l'aura nobiliare e spocchiosa, noiosetta, per andare a prendere nutrimento nell'altra storia, quella del giardino di tutti? Ci sono quadri fiamminghi che mostrano "vill... villagg... villaggeri" (citazione da una vecchia storia dei "Mercoledì di Pippo" che nemmeno ricordo più eppure mi ritorna sempre in mente).

Sembrerà assurdo ma ho scoperto che in Germania le persone dedite agli orti urbani, da noi al limite del socialmente accettabile, sono invece viste come insopportabili ricconi che odiano il mondo e sono anche antipatici. Quindi sembra proprio che non ci sia scampo: chi si occupa di giardini presto o tardi finisce per distruggere villaggi (come Louis XIV a Versailles) o sogni da youtuber (usando troppo la tosaerba in orari scomodi).

Sciocchezze a parte, è possibile usare il giardino come luogo di appartenenza? Perché per me è possibile, ma allo stesso tempo mi dico che forse ci sono degli ostacoli davvero difficili da superare. D'altronde è più facile che qualcuno possa mettersi a fare una crostata che zappare un'aiuola.


Potere

L'ostacolo principale è il potere. Mancano i mezzi. Io stesso che non ho terra mia, quando non lavoro sui giardini di altre persone, mi metto a lavorare dentro casa, faccio giardini da tavolo, idrocoltura, sperimento e tento di capire quanta voglia di vivere hanno certe piante rispetto ad altre. Ma non c'è "storia" in questo. C'è il tentativo di riprendere il contatto con la natura, con la nostra capacità di sentire se qualcosa funziona o meno in una pianta. La nostra visione del mondo e degli altri esseri viventi, ma è ancora qualcosa che non ci porta vicini agli altri, non è potente come il racconto di un gesto culinario tramandato da nonno a nonno attraverso una catena di sei, sette, otto generazioni di persone che sono arrivate da un altro continente.

Eppure anche un giardino di vasi, una piscina riempita di piante nelle fioriere può diventare una storia di riappropriazione. Penso alla storia di Ron Finley, che è stato messo in prigione dal comune di Los Angeles perché si era messo a coltivare piante in una zona abbandonata della metropoli, dove per prendere verdura fresca dovevano fare 45 minuti di viaggio in automobile.

Lui si definisce "gangsta", ha la capacità di raccontare come il gesto di coltivare sia un gesto rivoluzionario. Cominci con una talea, ne fai altre, le regali, coltivi verdure, ne fai altre, ne regali un po' e te ne regalano altre.

L'idea non è quella di avere un quartiere fatto di nuclei autonomi e indipendenti, ma al contrario: ognuno fa qualcosa e quel che riesce in più lo possono prendere gli altri. Conosco persone che dopo aver imparato a far vivere le piante in acqua hanno cominciato a farlo anche con gli ortaggi, per esempio.

Io per esempio ho quasi tutte le mie piante in acqua, e le lascio lì, con immensa mia gioia crescono e sguazzano.

Ti lascio in basso questo link (scontato) a uno dei miei corsi: pensi che possa essere utile a qualcuno che vuole rendere la propria casa un giardino? A qualcuno che deve riprodurre piante e le vuole regalare? Condividilo con quella persona, e magari insegnerà a sua volta a qualcuno a farlo.

Ron Finley sostiene che se Los Angeles, dove per fare la spesa puoi solo fare km di viaggio, è avversata la creazione di coltivazioni pubbliche perché altrimenti l'industria automobilistica crollerebbe, le persone comincerebbero a usare il denaro per pagare il lavoro del vicino di casa, piuttosto che quello dell'assicurazione. O magari nemmeno i soldi, il baratto.

Una semplificazione, chiaramente, una provocazione. Però è divertente ogni tanto immaginare l'anarchia che si può nascondere dietro i giardini, che sono un tipo di arte ancora così poco accessibile per molte persone.

E tu che ne pensi di tutta questa storia?

I giardini possono avere la stessa forza narrativa della cucina?


Francesco

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